Certe storie non cominciano con un premio. Il premio, semmai, le rende visibili. Alla 58ª edizione di Vinitaly, svoltasi a Verona, tra i linguaggi globali del mercato e le geografie del vino, per Cantine Spelonga, e per Stornara, il ritorno nel Padiglione Puglia ha avuto il peso di una ricorrenza simbolica: venticinque anni di presenza in fiera.
Un anniversario d’argento che coincide con un altro riconoscimento, forse più profondo del prestigio: il conferimento del Premio Angelo Betti “Benemerita della Viticoltura Italiana” a Marilina Nappi. Un premio che parla di filiera, innovazione, presidio territoriale. Ma anche di qualcosa di meno misurabile: visione. Perché qui il vino non è ridotto a prodotto. È archivio vivente, cultura materiale, forma di pensiero. È un paesaggio che si fa gesto. Ne nasce una conversazione con l’imprenditrice Nappi che si muove tra memoria, radici e futuro.
Il vino come memoria liquida.
Il vino viene spesso raccontato come prodotto. Ma per molti è memoria liquida. Che rapporto hai con il ricordo dentro ciò che produci?
“Il vino, per come lo vivo io, non nasce mai da zero. È sempre una continuità. Ogni bottiglia porta dentro stratificazioni di gesti, stagioni, decisioni che si ripetono e si trasformano. La memoria guida le scelte: suggerisce cosa custodire e cosa cambiare. Il nostro vino è dialogo tra passato e presente. Riconosce le radici, ma non ne resta prigioniero. In questo senso diventa davvero memoria liquida: non un ricordo statico, ma qualcosa che si riattualizza ogni anno. E chi lo assaggia entra, in fondo, dentro quella storia”.
L’infanzia ha ancora odore di mosto.
C’è un’immagine della tua infanzia che ritorna nel lavoro di oggi?
“Il profumo dell’uva appena pigiata. Nei giorni di vendemmia a casa dei miei nonni riempiva l’aria e ti restava addosso. E poi la luce che scivola via tra i filari al tramonto. Sono frammenti che tornano ancora oggi in cantina. Non sono nostalgia. Sono continuità silenziosa”.
Stornara come destino e racconto.
Quanto il legame con Stornara è racconto e quanto destino?
“Entrambe le cose. È destino perché nasci in un luogo e ne assorbi ritmi, clima, abitudini. Poi diventa racconto, perché inizi a interpretarlo. A un certo punto capisci che il territorio non è solo qualcosa che erediti: è qualcosa a cui devi dare voce”.
Una risposta che tocca un nodo cruciale: il territorio non è folklore, ma costruzione culturale.
Autenticità o scenografia? Oggi il territorio viene spesso raccontato più che vissuto. Dov’è il confine?
“L’autenticità non sta nell’assenza di narrazione, ma nella coerenza tra ciò che racconti e ciò che fai. Quando il racconto nasce da una pratica reale, diventa credibile. Quando sostituisce l’esperienza, il territorio diventa scenografia.”
Una distinzione netta. È rara.
L’estetica serve, ma non salva.
Quanto conta oggi l’estetica rispetto alla sostanza?
“Conta moltissimo. È il primo accesso. Una bottiglia, un’etichetta, un linguaggio: sono forme che parlano. Ma l’estetica deve essere strumento, non sovrano. Se la bellezza supera il contenuto, si svuota”.
Tradotto, in parole molte semplici: branding sì. Fumo no.
Custode, con strumenti d’innovazione. Ti senti più custode o innovatrice?
“Custode. Ma una custode che usa l’innovazione come strumento. Ogni vendemmia è un capitolo di un libro che non ho iniziato io, ma a cui posso aggiungere qualcosa”.
Un’ immagine molto forte poiché smonta l’idea dell’innovazione come rottura.
Il compratore contemporaneo vive un paradosso.
Il consumatore contemporaneo è più consapevole o più influenzabile?
“Oggi il consumatore contemporaneo vive un paradosso e potenzialmente più consapevole, però è estremamente influenzabile. La consapevolezza deriva dall’accesso a tante informazioni come i territori, i vitigni. Tant’è vero che oggi ci sono tanti corsi di sommelier, tanti corsi di avvicinamento al vino e quindi, il consumatore sa che cosa cercare, sa che cosa vuole, sa come trovarlo. Il cliente oggi legge le etichette e quindi vuole una tracciabilità, vuole conoscere che cosa fa il produttore, ma allo stesso tempo, però è anche influenzato da questa velocità digitale. Ma magari a volte ci si affida una pubblicità su Tik Tok oppure pubblicità su Facebook che comunque si limitano a un like istantaneo. Quindi, in breve lui sa molto di più il consumatore è a conoscenza di tante più cose, però è spesso molto vulnerabile”.
Innovare è tradurre il passato.
Innovare significa cambiare o tradurre il passato in un nuovo linguaggio?
“Innovare secondo me significa tradurre, quindi non si tratta di cancellare il passato, ma di elevarlo. Perché il testo originale rimane la terra e tutta l’identità storica, mentre il rinnovamento come l’innovazione tecnologica, l’innovazione scientifica diventa un nuovo linguaggio, il quale ci permette di comprendere quel racconto e quindi cambiare senza tradurre è solo una moda, mentre l’innovazione è solo l’innovazione sarebbe poi in realtà sprecato”.
La scelta invisibile: dire no.
Dietro ogni bottiglia c’è una scelta invisibile: qual è quella che ti rappresenta di più?
“Beh, la scelta che mi rappresenta di più, secondo me, il saper dire di no, perché all’inizio, quando abbiamo iniziato con la cantina, abbiamo detto di no a una produzione abbondante per salvare la qualità. Abbiamo detto di no a un trattamento chimico per facilitare la produzione di uva. Abbiamo detto di no all’uscire sui mercati di fretta, quindi quando il cliente chiedeva già le annate nuove. Perché ci siamo resi conto che il vino ha bisogno dei suoi tempi e quindi abbiamo deciso di sacrificare un profitto immediato. In nome del rispetto del tempo e questo è proprio seguire la legge della natura”.
Quando il rumore si spegne.
Quando tutto si ferma (fiere, premi e numeri) cosa resta davvero?
“Quando tutto si ferma, resta il silenzio della cantina, la terra che continua il suo ciclo. Resta la verità del vino che matura il legame con le persone che lo lavorano, la consapevolezza che l’unica cosa che conta davvero è l’integrità e la qualità di ciò che abbiamo messo nel calice, quindi tutto il rumore che viene dato da un premio, da un riconoscimento. Poi alla fine trovano il riscontro in quello che è la tranquillità del vino e della natura”.
Forse la risposta più smobilitante. Perché, in fondo, ogni premio dovrebbe finire lì: nel silenzio che verifica la sostanza. Infine, una bottiglia come messaggio d’amore.
Se dovessi descrivere il tuo lavoro con un’immagine poetica, quale sarebbe?
“Beh, secondo me, il mio lavoro è scrivere un messaggio d’amore e racchiuderlo in una bottiglia e quindi è proprio il tentativo di imprimere la memoria di una stagione e l’anima di un luogo, in un elemento fluido e vivo, sapendo che quel messaggio arriverà comunque, viaggerà nel tempo e prima o poi qualcuno lo leggerà, lo leggeranno anche fuori oltre oceano, lontano, ma comunque sarà il richiamo al nostro territorio e sarà il legame con i nostri prodotti e la nostra storia”.
E forse il vino è esattamente questo. Una lettera che attraversa oceani.
Pertanto, il riconoscimento ricevuto da Marilina Nappi non celebra solo una traiettoria imprenditoriale. Premia un’idea di vino come linguaggio culturale. Un’idea in cui il paesaggio non è decorazione ma identità. L’innovazione non è moda ma traduzione; la memoria non è museo ma materia viva.
