• Mer. Giu 17th, 2026

RA NEWS

la prima web-tv di Cerignola

Il rumore della verità: Peppino Impastato parla ancora al nostro tempo

DiRedazione

Mag 9, 2026

Ci sono date che sembrano lontane, impolverate nei libri di storia.
E poi ce ne sono altre che continuano a pulsare sottopelle, come una ferita che il tempo non riesce davvero a chiudere.

Il 9 maggio 1978, esattamente quarantotto anni fa,  in una Sicilia attraversata dalla paura e dall’omertà, veniva assassinato Peppino Impastato. Aveva trent’anni. La mafia cercò di cancellarlo due volte: prima uccidendolo, poi provando a trasformarlo in un terrorista suicida. Ma la verità, a volte, è ostinata. È impervia. E torna sempre a galla, come il mare dopo una tempesta.

Peppino era nato a Cinisi, nel 1948,  in una famiglia legata agli ambienti mafiosi. Ed è forse proprio questo il dettaglio più potente della sua storia: il coraggio di ribellarsi a ciò che sembrava già scritto. In un territorio dove il silenzio era considerato prudenza e la paura una forma di sopravvivenza, lui scelse la parola. Una scelta semplice solo in apparenza. Perché parlare, in certi luoghi e in certi anni, significava esporsi. Mettersi contro un sistema invisibile ma radicato ovunque.

Lo fece attraverso la politica, l’attivismo culturale, i movimenti giovanili. Ma soprattutto attraverso una radio: Radio Aut.

Una piccola emittente libera che diventò qualcosa di enorme. Non solo informazione, ma provocazione, satira, denuncia. Peppino usava l’ironia come un’arma potentissima. Ridicolizzava i boss mafiosi, li smontava pubblicamente, toglieva loro quell’aura di intoccabilità costruita sul terrore. Ed è forse questo che la mafia non gli perdonò mai: averla resa umana, meschina, persino grottesca.

Oggi siamo abituati a vedere parole forti ovunque. Sui social, nei talk show, nelle piazze digitali dove tutti parlano continuamente. Ma la voce di Peppino aveva un peso diverso. Perché dietro quelle parole c’era un rischio reale. Non c’erano algoritmi o tendenze: c’era la possibilità concreta di morire per ciò che si diceva.

Eppure, a quasi cinquant’anni dalla sua morte, la sua storia continua a interrogare il presente.
Perché la mafia cambia volto, si adatta, diventa meno visibile. Non sempre spara. A volte investe, tratta, si infiltra nel quotidiano con abiti eleganti e linguaggi rispettabili. E insieme alla mafia resistono ancora i suoi alleati più fedeli: l’indifferenza, il compromesso, il “meglio non immischiarsi”.

Per questo ricordare Peppino Impastato non può ridursi a una celebrazione rituale. Non basta condividere una frase una volta l’anno o trasformare la memoria in un gesto automatico. La sua eredità è scomoda proprio perché ci costringe a una domanda semplice e brutale: oggi, noi, da che parte stiamo?

Peppino parlava spesso di bellezza. Una parola che potrebbe sembrare fragile davanti alla violenza mafiosa. E invece no. Per lui la bellezza era educazione, coscienza, libertà. Era l’opposto del degrado morale imposto dalla criminalità. “Bisognerebbe educare la gente alla bellezza”, diceva. Perché una persona abituata alla bellezza difficilmente accetterà il marcio come normalità.

Forse è questo il motivo per cui continua a emozionare generazioni lontane dalla sua epoca.
Perché la sua non è solo una storia di mafia. È una storia di libertà. Di disobbedienza. Di dignità umana.

E in un tempo dove spesso si confonde il rumore con il coraggio, la voce di Peppino Impastato continua a ricordarci una cosa essenziale: dire la verità può fare paura. Ma il silenzio, alla lunga, fa molto più male.

Salvatore Cuccia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *