A Orta Nova una serata dedicata al poeta e alla sua raccolta di versi. Tra ricordi, impegno civile, natura e dolore, la parola diventa uno strumento per custodire ciò che siamo e guardare, ancora, verso il futuro.
Ci sono serate in cui la cultura non è soltanto un appuntamento in calendario. È un modo per fermare il tempo, per sedersi accanto ai propri ricordi e ascoltare ciò che hanno ancora da dirci. È accaduto venerdì 4 settembre 2026, nella suggestiva cornice del Palazzo Gesuitico – Sala della Rimembranza di Orta Nova, dove la XVIII edizione della Settimana della Cultura ha reso omaggio alla poesia di Savino Luce, autore della raccolta Dalla memoria alla speranza.

Una serata fatta di parole, fotografie, testimonianze e versi. Ma soprattutto una serata costruita attorno a una domanda semplice e, insieme, vertiginosa: che cosa resta di noi quando il tempo passa?
A introdurre l’incontro è stato il rag. Annito Di Pietro, presidente dell’Aps “L’Ortese”, che ha sottolineato il valore umano e culturale del percorso di Luce. Un uomo che, partendo da una famiglia numerosa e da una vita fatta di lavoro e sacrificio, ha saputo trasformare esperienze, emozioni e ferite in materia poetica. Di Pietro ha evidenziato anche il valore documentale del volume: accanto ai versi, infatti, trovano spazio fotografie di Orta Nova, delle sue piazze, delle chiese, delle masserie e di un passato che rischierebbe altrimenti di sbiadire.
Perché Dalla memoria alla speranza non è soltanto un libro di poesie. È anche un piccolo archivio sentimentale di una comunità.
Un concetto ripreso con particolare intensità dal sindaco di Stornarella, compaesano di Savino Luce, Massimo Colia, che ha legato il titolo della raccolta alla propria esperienza personale. La memoria, ha osservato, non è soltanto ciò che ci riporta indietro: spesso è proprio ciò che ci permette di andare avanti. E quando vengono a mancare le persone che custodivano i nostri ricordi – genitori, nonni, familiari – ci accorgiamo improvvisamente di quanto fragile sia la nostra memoria e di quanto sia necessario conservarla.
Ricordare, allora, diventa una forma di affetto. E scrivere può diventare una forma di resistenza all’oblio.
Nel corso della serata è stato ripercorso anche il lungo rapporto di Savino Luce con la comunità. Dieci figli in famiglia, il lavoro, cinque anni nella Marina fino al grado di sottufficiale, l’attività di capo cantoniere, l’impegno nel comitato per la festa patronale e quello come nonno vigile. E ancora il servizio prestato nella drammatica notte dell’11 novembre 1999, in occasione del crollo di Viale Giotto a Foggia. Una vita nella quale il senso del dovere e quello della comunità hanno rappresentato una costante.
A presentare l’opera è stata la professoressa e giornalista Daniela Iannuzzi, che ha condotto il pubblico dentro la poetica di Luce attraverso una lettura letteraria e umana. Due, in particolare, le funzioni attribuite alla scrittura: salvare e conservare. La poesia può diventare uno spazio nel quale esprimere sé stessi, affrontare il dolore, dare una forma alle emozioni. Ma può anche trattenere nel tempo ciò che, altrimenti, sarebbe destinato a scomparire.
E così i versi di Luce sono diventati voce attraverso le declamazioni di Annamaria Basso, Rosamaria Silba e Filomena Papagno. Sono emerse immagini di acqua e paesaggi, ricordi familiari, fede, guerra, solitudine e fragilità umana. In Per un pezzo di terra, ad esempio, la poesia si trasforma in una domanda dolorosa sulla guerra e sul prezzo pagato dall’uomo: quanto può valere un confine, un territorio, una conquista, se per ottenerli siamo costretti a perdere pezzi della nostra umanità?
È proprio qui che la poesia di Savino Luce trova la sua dimensione più autentica. Non pretende di essere distante dalla vita. Nasce dalla vita e dentro la vita rimane.
Inoltre, la professoressa Iannuzzi ha evidenziato come nella raccolta convivano la nostalgia per ciò che è stato e il desiderio di andare oltre, verso l’ignoto. Una tensione tra memoria e futuro che attraversa l’intero libro e che trova una sintesi nell’ultimo testo, una sorta di lettera aperta rivolta a chi verrà dopo di noi, con l’invito a non dimenticare il presente e a custodire il rispetto.
E poi c’è il dolore. Quello vero, quello che non si racconta facilmente. La perdita della moglie, la sofferenza, il vuoto. Il poeta Luce, però, secondo la lettura proposta da Iannuzzi, non ha lasciato che quel dolore diventasse soltanto disperazione. Ha preso carta e penna. Ha trasformato la ferita in parole, le parole in poesia, la poesia in una nuova direzione.
È forse questo il senso più profondo di una serata come quella di Orta Nova.
La cultura, quando è autentica, non ci allontana dalla realtà. Ci restituisce alla realtà con occhi diversi. E la poesia, anche quella nata dalla penna di un autodidatta, può dimostrare che non servono necessariamente grandi titoli o accademie per dare voce a qualcosa di universale. A volte basta una vita vissuta intensamente, un dolore attraversato fino in fondo, un ricordo da salvare e il coraggio di metterlo su carta.
Dalla memoria alla speranza, in fondo, racconta proprio questo passaggio: il passato non come zavorra, ma come radice. La sofferenza non come fine, ma come possibilità. La memoria non come nostalgia sterile, ma come ponte verso ciò che ancora deve accadere.
E mentre fuori il tempo continuava la sua corsa, dentro la Sala della Rimembranza, per una sera, qualcuno ha scelto di fermarlo. Con una poesia. Con un ricordo. Con una parola. Con la speranza.
