Una frase agghiacciante, scritta nero su muro: “Le femmine devono morire”. Una frase forte. Brutale. Un pugno allo stomaco. È successo a Stornara, piccolo centro dei Cinque Reali Siti diventato negli ultimi anni simbolo di rinascita culturale grazie ai suoi murales.
Qualcuno ha imbrattato una delle opere che hanno reso il paese famoso anche fuori dalla Puglia. Per la prima volta, in otto anni. Non un semplice atto vandalico. Qui c’è qualcosa di più pesante: odio, misoginia, rabbia trasformata in messaggio pubblico.
A denunciare tutto è stato il primo cittadino Roberto Nigro, che ha condannato con fermezza il gesto, ricordando quanto quei murales rappresentino l’identità nuova del paese. E ha ragione. Perché quei muri raccontano una scelta precisa: usare arte e cultura per cambiare il volto di una comunità.
Dietro i murales c’è il lavoro dell’associazione Stornara Life, di artisti e cittadini che hanno trasformato strade anonime in luoghi vivi, riconoscibili, umani. Imbrattare quelle opere significa colpire tutto questo.
Ma c’è un punto che fa ancora più male. La frase contro le donne non arriva dal nulla. È figlia di un clima tossico che spesso passa sottotraccia: battute normalizzate, linguaggio violento, odio social trasformato in quotidianità. Poi un giorno quel veleno esce dagli schermi e finisce sui muri.
La verità è semplice: certe parole fanno paura perché raccontano una cultura che esiste ancora. E ignorarla sarebbe l’errore più grande.
Per questo Stornara non dovrebbe limitarsi a cancellare la scritta. Dovrebbe rispondere con altra arte, altra presenza, altra comunità. Riempire i muri di colore invece che lasciare spazio al buio.
Perché l’odio sporca in pochi secondi. La bellezza, invece, richiede coraggio. E soprattutto memoria.
