Una giornata di formazione umana prima ancora che professionale. È questo il senso del viaggio compiuto il 20 agosto a Castel Volturno dall’APS “Torniamo Umani”, rappresentata dal presidente diacono don Vito D’Aniello, insieme ad alcuni cooperatori e collaboratori del Centro Bakhita di Borgo Tre Titoli. Una visita che ha portato il gruppo dentro uno dei luoghi simbolo dell’accoglienza e dell’immigrazione in Italia, dove solidarietà, memoria e impegno sociale si intrecciano da decenni.
La destinazione è stata il Centro Fernandes di Castel Volturno, in provincia di Caserta, struttura di prima accoglienza per immigrati donata all’Arcidiocesi di Capua dalla famiglia Fernandes-Naldi e inaugurata nel 1996 per volontà di monsignor Luigi Diligenza. Nato in una delle aree italiane maggiormente segnate dalla presenza di cittadini provenienti dal continente africano, il Centro è diventato negli anni un punto di riferimento per il territorio e per una realtà migratoria complessa e in continua trasformazione.
Chi accoglie, ogni giorno, deve prima di tutto saper ascoltare. E il Fernandes sembra costruire proprio intorno a questa idea la propria identità. Oggi offre vitto e alloggio a circa cinquanta persone e mette a disposizione spazi per attività culturali, assistenziali, sportive e ricreative. Eppure, l’accoglienza non si ferma a un letto e a un pasto: il Centro dispone di un servizio di ascolto quotidiano, una mensa, un ambulatorio medico (medicina generale, odontoiatria, ginecologia e oculistica), consulenza legale, sostegno alle vittime di tratta, corsi di italiano, laboratori formativi, attività sportive e culturali, promozione dell’intercultura e assistenza religiosa. È inoltre sede distaccata del CPIA di Caserta.
Durante la giornata, il gruppo ha incontrato alcune delle persone accolte nella struttura. Tra loro Appia, arrivato in Italia diciannove anni fa e oggi collaboratore e mediatore del Centro; Blessing, una giovane nigeriana, vittima di tratta, capace di trasformare una storia dolorosa in un percorso di riscatto umano e personale; e padre Paulinus, anche lui nigeriano, da un paio di anni sacerdote della parrocchia presente in loco. Testimonianze diverse, ma unite da una stessa parola: possibilità. La possibilità di ricominciare, di essere ascoltati, di trasformare una ferita in una nuova direzione.
Ma Castel Volturno non è soltanto un luogo di accoglienza. È anche un luogo che conserva una memoria dolorosa. Per questo, particolarmente significativo è stato l’incontro con il missionario comboniano padre Antonio Guarino, che davanti all’effigie dedicata alle vittime ha ripercorso la storia della strage di Castel Volturno, conosciuta anche come strage di San Gennaro, avvenuta il 18 settembre 2008.
Quella sera, sei giovani immigrati africani — provenienti da Ghana, Togo e Liberia — furono uccisi dalla fazione del clan dei Casalesi legata al boss Giuseppe Setola. Erano vittime innocenti, colpite in una sartoria di Ischitella. La loro morte provocò il giorno successivo una protesta senza precedenti della comunità immigrata contro la criminalità organizzata e le autorità, in una delle pagine più drammatiche e, al tempo stesso, più significative della storia recente dell’immigrazione in Italia.
La memoria ha poi incontrato un altro nome destinato a restare legato a Castel Volturno: Miriam Makeba, la grande cantante sudafricana, morta nella notte del 9 novembre 2008 dopo essersi esibita, nonostante forti dolori al petto, in un concerto contro la camorra. Il concerto era dedicato anche alle vittime della strage e allo scrittore Roberto Saviano.
A chiudere la giornata è stato infine l’incontro con padre Filippo Ganapini Ivardi, presso l’altra sede dei padri comboniani.
Il viaggio dell’APS “Torniamo Umani” e del Centro Bakhita racconta, dunque, qualcosa che va oltre una semplice giornata di formazione. Perché conoscere i luoghi dell’accoglienza significa anche conoscere le storie che li abitano; e conoscere quelle storie significa confrontarsi con le ferite, le speranze e le contraddizioni del nostro tempo.
Da Borgo Tre Titoli a Castel Volturno, il messaggio è semplice ma tutt’altro che scontato: prima di imparare un mestiere, prima di costruire competenze, bisogna imparare a riconoscere l’essere umano che abbiamo davanti. E forse è proprio questa la formazione più difficile. Ma anche quella di cui abbiamo più bisogno.
